Testo originale e traduzione in italiano.

CHELSEA HOTEL #2
I remember you well in the Chelsea Hotel,
you were talking so brave and so sweet,
giving me head on the unmade bed,
while the limousines wait in the street.
Those were the reasons and that was New York,
we were running for the money and the flesh.
And that was called love for the workers in song
probably still is for those of them left.

Ah but you got away, didn’t you babe,
you just turned your back on the crowd,
you got away, I never once heard you say,
I need you, I don’t need you,
I need you, I don’t need you
and all of that jiving around.

I remember you well in the Chelsea Hotel
you were famous, your heart was a legend.
You told me again you preferred handsome men
but for me you would make an exception.
And clenching your fist for the ones like us
who are oppressed by the figures of beauty,
you fixed yourself, you said, “Well never mind,
we are ugly but we have the music.”

And then you got away, didn’t you babe,
you just threw it all to the ground,
you got away, I never once heard you say,
I need you, I don’t need you,
I need you, I don’t need you
and all of that jiving around.

I don’t mean to suggest that I loved you the best,
I can’t keep track of each fallen robin.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
that’s all, I don’t even think of you that often.

CHELSEA HOTEL #2Leonard Cohen testi e traduzioni
Mi ricordo bene di te al Chelsea Hotel
Mi parlavi con dolcezza e coraggio
E me lo succhiavi sul letto disfatto
Mentre in strada la limo aspettava.
E quelli i motivi, quella New York
Una corsa al denaro e alla carne. (1)
Era quello l’amore per gli operai della canzone
Forse lo è ancora per chi lo è rimasto.

Ma sei andata via, tesoro, non è così?
Hai voltato le spalle alla folla
Sei andata via, non ti ho mai sentito dire
Ho bisogno di te, non ho bisogno di te
Ho bisogno di te, non ho bisogno di te
O altre cretinate del genere.

Mi ricordo bene di te al Chelsea Hotel
Eri famosa, il tuo cuore una leggenda (2)
Mi ripetesti che preferivi un bell’uomo
Ma che per me avresti chiuso un occhio.
E stringendo i pugni per chi come noi (3)
E’ oppresso dal corpo dei belli
Ti sei sistemata, poi hai detto “Beh, che importa
Siamo brutti, ma abbiamo la musica”

Ma sei andata via, tesoro, non è così?
Hai gettato tutto alle ortiche
Sei andata via, non ti ho mai sentito dire
Ho bisogno di te, non ho bisogno di te
Ho bisogno di te, non ho bisogno di te
O altre cretinate del genere.

Non voglio suggerire che ti abbia amata più di altri (4)
Non posso tener conto di ogni passero caduto (5)
Mi ricordo bene di te al Chelsea Hotel
Tutto qui, non ti penso poi nemmeno troppo.

Testo e musica di Leonard Cohen

Traduzione italiana del testo originale di Leonard Cohen: © Yuri Garrett/Leonardcohen.it 2016. Non riprodurre senza previo permesso.
Chelsea Hotel è una delle canzoni più crude e struggenti di Cohen, che ne ha raccontato la genesi in più occasioni introducendo la canzone ai suoi concerti. Nel video scelto per presentare la canzone potete ascoltare uno dei suoi racconti, il cui tenore generale è più o meno sempre uguale anche se le battute cambiano a seconda dell’umore della serata.
In Greatest Hits del 1976 scrive:
«L’ho scritta per una cantante americana che è morta qualche tempo fa. Anche lei viveva al Chelsea. La cominciai nel bar di un ristorante Polinesiano di Miami nel 1971 e l’ho terminata ad Asmara, in Etiopia, poco prima che venisse rovesciata la monarchia. Ron Cornelius mi ha aiutato cambiando un accordo in una versione precedente.»
La cantante americana è Janis Joplin, che negli anni del successo viveva nella suite 411 del Chelsea Hotel (Dylan era alla 2011, Cohen spesso alla 424 ma, come ricorda Stanley Bard – storico gestore del Chelsea Hotel – non disdegnava altre camere). Cohen racconta, evidentemente romanzando l’episodio, che a notte tarda («verso le tre del mattino», avrebbe anche specificato) era solito incontrare Janis in ascensore. Una volta, mentre lei cercava Kris Kristofferson («che è ben più alto di me») e Leonard sperava di incontrare Brigitte Bardot o Lili Marlene, caddero l’uno nelle braccia dell’altro («Sono io Kris Kristofferson» «Pensavo fossi pi alto! «Lo sono, ma sono stato male…») – d’altronde a quell’ora del mattino non c’era più nessuno in giro… Quell’unica notte d’amore fu, come Cohen ha più volte ammesso, “il seme” di questa canzone.
Cohen successivamente si sarebbe più volte pentito di aver rivelato il nome della protagonista. In un’intervista rilasciata a Radio 1 della BBC lo fece in maniera particolarmente colorita: «In quella canzone ho fatto il nome di Janis Joplin. Non so quando ho iniziato, ma ho associato il suo nome alla canzone, e da allora me ne sono sempre pentito. E’ un’indiscrezione per la quale mi sento molto in colpa. E se ci fosse un modo per chiedere perdono a un fantasma, vorrei chiedere perdono per aver commesso quest’indiscrezione.» In un’altra occasione, disse che sua madre Masha non avrebbe certo gradito questa sua esternazione poco elegante. Quanto al contenuto della canzone, però, Leonard continua a sentirsene orgogliosamente autore, visto che Chelsea Hotel è regolarmente in scaletta in ogni suo concerto ed è anzi uno dei momenti più attesi dal pubblico.
NOTE DI TRADUZIONE
(1) Per questo verso e altre suggestioni sono debitore a Giulia Catuogno, che ha adattato e cantato in italiano una splendida versione di Chelsea Hotel.
(2) Cohen fa riferimento velato a uno dei più grandi successi della Joplin, la cover di Piece of My Heart incisa nel 1968 insieme al suo gruppo, i Big Brother and the Holding Company.
(3) Janis stringe il pugno come un rivoluzionario, certo, ma anche come un eroinomane che cerchi di far spiccare le vene. E infatti due righe dopo Janis si ‘sistema’, cioè cerca di farsi più bella ma anche si inietta la dose. La grandezza di Cohen è proprio nella sua enorme capacità di celare più significati spesso scomodi in versi apparentemente innocenti.
(4) Harry Rasky, nel suo The song of Leonard Cohen – Portrait of a poet, a friendship and a film del 1979, riporta la seguente spiegazione: «Questo verso significa specificamente che non ero uno dei amici più intimi di Janis. Non conosco veramente a fondo la sua vita. Ogni tanto mi ci imbattevo e la conoscevo un po’, c’era chiaramente un qualche tipo di rapporto e mi sentivo in qualche modo vicino a lei – ma, per accuratezza storica, non volevo includermi tra le sue conoscenze più intime.»
(5) Sono ben consapevole che altri hanno tradotto qui con il letterale ‘pettirosso’, ma ‘robin’ utilizzato in questo contesto (e in particolar modo da un canadese, per cui ‘robin’ significa ‘tordo’) sembra più un riferimento a un uccello canterino qualsiasi. Poiché in Italiano tordo ha una connotazione inaccettabile, ho preferito allora usare il più generico ‘passero’, un uccello associato all’amore e al canto sin dai tempi di Catullo.
4 commenti
  1. Nicola Saccomani
    Nicola Saccomani says:

    Io ho scritto canzoni (suonate poi) e scrivo componimenti che io chiamo ‘Scritti urbani’. Perchè la parola ‘Poesia’ è, in sè, troppo grande, come l’appellativo ‘Poeta’ presuppone così tanti (non trovo il termine in questo momento), così tanti presupposti (e ripetiamoci senza paura) che mi sento schiacciare solo al pensiero. E poi, come non ricordare l’intervista televisiva in cui il grande De Andrè afferma, più o meno sconclusionatamente, che: per definirsi poeti bisogna essere dei cretini. Scherzi a parte: sono entrato nel vostro sito per ‘sbaglio’, anche perchè non sono un gran frequentatore di internet (poverome), e l’ho trovato molto interessante e, soprattutto, energico, pieno di voglia di dare. Complimenti e buon proseguimento a tutti: anche a me. Ciao.

    Rispondi
  2. Marilena
    Marilena says:

    Evocazione malinconia sensualità. .c’è tutto dentro questo capolavoro. .forse pioveva anche quella notte a New York…complimenti bravi ed esaustivi!

    Rispondi

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